domenica 3 luglio 2011

Conglomerati cinesi e fondamentalisti americani


L’elicottero sorvola il villaggio, e all’improvviso si scatena l’inferno. Una pioggia di fuoco quella che cade sulle case, tra la gente che fugge. Il liquido infiammabile è sparso da un elicottero della polizia, dopo che nel villaggio ha fatto irruzione una composita truppa d’assalto composta da agenti di polizia, security privata e bande criminali.
Alla fine dell’incursione sul villaggio indonesiano di Suluk Bongkal, 400 capanne sono state carbonizzate, 70 abitanti del villaggio arrestati, e due bambini sono trovati morti, uno ucciso dalle fiamme, l’altro annegato in una pozza mentre fuggiva nella foresta. Gli arrestati saranno poi trattenuti per mesi senza processo.
I contadini del villaggio non volevano cedere le loro terre al colosso cartario che aveva ottenuto la concessione in una fetta di foresta già abitata. Il colosso cartario sino-indonesiano Asia Pulp & Paper (APP) ha un pressante bisogno di nuovi terreni da ripulire e mettere a piantagione, e il governo rilascia loro nuove concessioni senza curarsi dei diritti di indigeni e comunità locali e quando questi non accettano di abbandonare le proprie case, si passa alle maniere spicce.

L’impresa PT Arara Abadi aveva ottenuto la concessione alcuni anni prima, ma assieme ad altre imprese del gruppo APP, era finita nel mirino di investigazioni sul taglio illegale, che avevano portato al sequestro di un milione di metri cubi di legname. Secondo gli investigatori le concessioni erano state rilasciate in modo irregolare.
Probabilmente gli abitanti del villaggio di Suluk Bongkal avevano festeggiato, ma contro la polizia di Riau è intervenuto l’allora ministro delle foreste Malam Kaban, e dopo mesi di braccio di ferro istituzionale, il capo della polizia di Riau, brigadiere Suciptadi, era stato rimosso. Nel giro di pochi giorni, ecco la polizia locale schierata assieme alle guardie private della Arara Abadi nel distruggere il villaggio.
Suluk Bongkal non un’eccezione. L’espansione delle piantagioni minaccia, inoltre, direttamente la sussistenza e i diritti delle comunità forestali e dei popoli indigeni dell'area rischiando di aggravare le loro già difficili condizioni di vita, e conflitti similari sono diffusi trai Jambi e Riau. Le violazioni dei diritti umani si estendono anche ai giornalisti: nel luglio 2009 la security aziendale a di un’altra impresa del gruppo APP, la PT Lontar Papirup Pulp and Papers, ha sequestrato due reporter della televisione France 24, che riprendevano camion di tronchi.

"Con il vostro appoggio stiamo contribuendo a creare centinaia di migliaia di posti di lavoro in Indonesia" scrive la APP ai propri clienti preoccupati del fatto che iniziano a circolare sempre più informazioni sulle pratiche della APP.
La APP sostiene di lavorare per il benessere delle comunità delle aree in cui opera, lasciando intendere che il sacrificio delle foreste sia necessario allo sviluppo di un paese povero. Ma l’espansione delle piantagioni, quando non avviene ai danni della foresta pluviale, distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei (le piantagioni industriali hanno un'intensità di lavoro molto più bassa dell'agricoltura tradizionale indonesiana) e causa grandi conflitti, spesso scacciando le comunità contadine dalle loro terre, lasciandole senza lavoro, casa e mezzi di sussistenza. Le foreste indonesiane danno da vivere a 30 milioni di persone, tra cui 300 gruppi indigeni, e la loro distruzione lascia questa gente senza casa, senza fonti di sussistenza, senza il loro ambiente e la loro cultura. La loro vita, sostenuta dalla foresta per migliaia di anni, si trasforma in una povertà senza radici né mezzi di sussistenza dignitosi. Secondo la FAO, in tutto il mondo le foreste danno da vivere 1,2 miliardi di persone, che vivono in sistemi agro-forestali, e ovunque, la deforestazione crea miseria. Non stupisce che i conflitti tra le sussidiarie della APP e le comunità contadine che vivono nelle nuove aree assegnate in piantagione, siano spesso aspri. Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch redatto sulla base dei dati forniti dalla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK) voluta dallo stesso Presidente della Repubblica, il settore forestale indonesiano avrebbe sottratto circa 2 miliardi di dollari, tra tasse evase, sussidi "aggiustati" e prelievo di tronchi senza le necessarie autorizzazioni. La stessa cifra, secondo i calcoli della Banca Mondiale, sarebbe sufficiente ad assicurare l'assistenza sanitaria a 100 milioni di indigenti per almeno due anni.

Eppure, dall'altra parte dell'oceano, le accuse di imperialismo ambientaliste stanno Una associazione chiamata "Consumers Alliance for Global Prosperity" si è specalizzata in campagne contro gli ambientalisti, la cui colpa principale è proteggere le foreste e le specie minacciate "in questo modo condannano milioni di persone nei mondo in via di sviluppo ad ignobile povertà. Guarda caso, dietro la Consumers Alliance for Global Prosperity e le violente campagne anti-ambientaliste, si nascondono i finanziatori cinesi della APP, che secondo un'inchiesta del New York Times, sono riusciti a coinvolgere i Tea Party, l'ala più oltranzista del Partito Repubblicano, nel sostegno alla causa della APP: il diritto di importare cellulosa e carta dalla Cina e dall'Indonesia senza curarsi di inezie come gli impatti ambientali. Una bizzarra alleanza, ma il denaro fa miracoli. E il denaro alla APP non manca. Mentre assieme ai Tea Party, accusa gli ambientalisti di condannare alla povertà 100 milioni di indonesiani, l'impresa, controllata da uno degli uomini più ricchi del paese, continua sottrarre terreni ai contadini poveri. Sarà difficile convincere i contadini di Suluk Bongkal che le loro case e i loro campi sono stati dati alle fiamme per promuovere sviluppo e benessere.

venerdì 3 settembre 2010

C'è posta per te


Il postino non suona sempre due volte, e a volte vorresti non suonasse mai. Come quando, fra pubblicità indesiderate e bollette ancor più indesiderate, spunta una denuncia con una richiesta di risarcimento di 500.000 euro. E allora la cosa si fa seria.

Qualche mese fa, l'associazione ambientalista Terra! ha fatto luce su un’aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte di una delle imprese più distruttive del mondo, la Asia Pulp & Paper (APP). Nel giro di pochi mesi, questa impresa - che da sola a spianato oltre un milione di ettari di foreste pluviali, un'area vasta quanto l'Abruzzo, per farne piantagioni di acacia - ha aperto uffici in Italia, Spagna, Regno Unito, Austria e Germania. Da questi uffici organizza un esercito di venditori sguinzagliati a proporre nuove carte a prezzi vantaggiosi. E così l'Italia è divenuta il primo importatore europeo di prodotti cartari dall’Indonesia, superando le 77.000 tonnellate. Nel 2009, editori, tipografie e rivenditori di carta hanno acquistato oltre 40.000 tonnellate di carta soltanto dalle tre cartiere indonesiane del gruppo APP: Tjiwi Kimia, Pindo Deli e Indah Kiat. Questo aumento delle vendite spinge il colosso cartario a produrre di più e ne alimenta la cronica fame di fibre che lo spinge a convertire sempre nuove foreste in piantagioni di acacia. Per questo Terra!, assieme a 40 associazioni ambientaliste europee, ha chiesto alle imprese del settore di interrompere ogni relazione commerciale con il colosso cartario sino-indonesiano.

Terra! sottolineava che acquistando prodotti della APP, si favorisce l'espansione sul mercato italiano dei suoi prodotti, che rischiano di mettere fuori gioco la produzione cartaria nazionale proprio in un momento di crisi, e al tempo stesso si incoraggia la APP ad espandere ulteriormente le proprie pratiche distruttive in Indonesia, ai danni delle residue foreste pluviali e delle comunità che vi abitano
Imprese come Mondadori Printing, De Agostini, Gucci, Versace, Ferragamo, Burgo, Fedrigoni, Kimberly-Clark, Nestle, Kraft, Fuji Xerox, Unilever, Stamples, Office Depot, Corporate Express, Metro, hanno compreso come le pratiche della APP siano distruttive e incompatibili con i propri valori aziendali e hanno evitato o interrotto l'acquisto di prodotti da APP.
Chi la campana di Terra! proprio non ha voluto ascoltarla sono le Cartiere Paolo Pigna invece non hanno ritenuto importante dare una risposta e quando Terra! ha divulgato il legame commerciale tra la APP e Cartiere Pigna, quest’ultima si è affrettata a dichiarare alla stampa che si trattava di una menzogna: "Cartiere Pigna non tiene rapporti commerciali con la società indonesiana Asian Pulp and Paper e non si approvvigiona di prodotti derivanti dalle foreste indonesiane".

La Pigna però non si è limitata a diramare comunicati: ha citato Terra! per danni. L’associazione ambientalista è stata così condannata a pagare 20.000 euro più le spese, per aver rivelato un fatto vero. Infatti, in sede processuale, Terra! ha fornito gli estremi di diverse fatture che provano gli scambi commerciali tra Cartiere Pigna e la APP, per cui Pigna ha dovuto ammettere di aver acquistato carta dalla APP. Ma non basta: Terra! ha fatto analizzare dei quaderni Pigna Monocromo, uno dei prodotti più venduti dall’impresa, e sono risultati pieni di fibre provenienti da foreste pluviali: tra il 62 e il 74% di acacia (le cui piantagioni vengno messe su abbattendo le foreste pluviali e torbiere) e tra il 19% e il 36% di latifoglie miste tropicali (MTH), ossia foresta pluviale ridotta in trucioli.

Le prove evidenti del legame di alcuni prodotti della Pigna con la deforestazione non ha impedito a questa impresa di tirare dritto e ottenere una condanna per Terra! "Certo è che una associazione ambientalista ci penserà due volte prima di esporre un crimine ambientale" sostengono preoccupati gli attivisti di Terra!. Insomma, deforestare va bene, distruggere il clima globale anche, denunciare quanto accade invece no.

Terra! ovviamente è riscorsa in appello, ma nel frattempo ha trovato la solidarietà di oltre cinquanta associazioni: "la legge dovrebbe perseguire le imprese responsabili di crimini ambientali contro le forese pluviali dell'Indonesia e contro il clima, invece di condannare chi ha messo in luce il problema - recita il comunicato - E' una palese violazione del diritto di parola, e un tentativo di impedire le campagne ambientali". Tra i firmatari del comunicato, Greenpeace, Legambiente, Friends of the Earth, Rainforest Action Network e numerosi altri.
"Sosteniamo Terra! nella sua battaglia contro un verdetto ingiusto - prosegue il comunicato - Consideraiamo l'attacco di Pigna a Terra cone un attacco a ciascuno di noi, che lavoriamo per un ambiente più sostenibile".

Un recente rapporto di Reporter Senza Frontiere, ha messo in guardia sulla crescita delle intimidazioni verso chi rivela crimini ambientali: "Quando si rivelano crimini commessi da imprese e governi locali, iniziano i guai" . Ora, fanno notare gli attivisti di Terra! dall'Uzbekistan all'Indonesia, le intimidazioni sono arrivate all'Italia. Ora Terra! dovrà pagare alla Pigna il danno causato dalle proprie rivelazioni. Ma chi pagherà per i danni al clima globale?

lunedì 29 marzo 2010

L’uomo della foresta


La fragile struttura di metallo oscilla a ogni gradino. La scala pioli sale lungo la torre per sessanta metri. Dal suolo le carnivore colorate e le piccole palme di sago si fanno sempre più piccole, fino a profondare nel buio, man mano che gradino dopo gradino la luce inizia a penetrare fra le fronde degli alberi e compaiono i rimi pezzi di cielo. In cima alla torre vigilano silenziosi i macchinari per le rilevazioni atmosferiche e lo studio dei gas rilasciati dalla foresta.
Un rumore secco vibra nell’aria, come un tronco vuoto percosso. Poi un muoversi di fronde. Accelero la salita, le mani sudate scivolano sul metallo umido, ma arrivo in temo all’appuntamento: due alberi più in la si affacciano due oranghi, una madre con un piccolo. Siamo alla stessa altezza, faccia a faccia. Loro su un ramo di ditperocarpa, io sul mio albero artificiale di metallo. Mi guardano con una curiosità celata da apparente disinteresse: che ci fa questo estraneo nel loro territorio? È uno sguardo indulgente, da vecchio saggio. Che ha visto tante storie, tante intemperanze, e ora guarda alla vita degli umani con pietoso distacco.
Oscillano tra i rami senza fretta, poi, realizzato che non succede niente, oscillano mollemente sulle lunghe braccia. Smetto di sperticarmi verso il vuoto e riprendo a salire mentre l’oscillare dei rami si allontana lentamente.

Orango in realtà significa uomo. Il nome vero è orang-utan, che in malay significa uomo della foresta. E per millenni questi uomini delle foreste hanno abitato pacificamente le loro foreste. Ma poi gli uomini delle città hanno cominciato ad abbattere le loro foreste, e i pacifici oranghi si sono ritirati, e poi ritirati ancora man mano le motoseghe avanzavano. Ora stanno per estinguersi, come tutti gli altri parenti dell’uomo: gorilla, scimpanzè, bonobo. Gli scalini scorrono uno dopo l’altro. Quanti ne restano ancora? Quanti anni restano agli oranghi prima di sparire per sempre? Quando arrivo in cima alla torre, la vegetazione è completamente diversa. Al nero macchiato di verde scuro e marrone si sostituisce un tappeto di fronde verde chiaro, quasi argentato, appena ingrigito dall’umidità verso l’orizzonte. Il sole picchia diretto e brucia sulla pelle quassù. Da sopra vedo i due oranghi allontanarsi lentamente, come due ragnetti rossi, allungandosi con le braccia, di ramo in ramo.
Verso ovest il mare di foresta si stende all’infinito, fino a sciogliersi nel cielo. Ma a est dopo qualche chilometro la foresta s’interrompe brutalmente lasciando posto a un deserto costellato di tronchi secchi. È l’inarrestabile avanzata della civiltà.

giovedì 4 febbraio 2010

Vi ricordate le lucciole?


L’ora è arrivata. Dal tappeto di fronde, venti metri più in basso, si leva un coro di suoni, sirene e ululati, come se qualcuno stesse cercando di rubare contemporaneamente tutte le auto parcheggiate di un’intera città.
È il canto del tramonto, che in realtà precede il tramonto di alcune ore. Sceso alla base della torre mi trovo immerso nel buio, e solo dopo alcuni minuti gli occhi si riabituano completamente alla penombra. Arrivato al campo la penombra si è fatta buio pesto. Un buio vivo, abitato da suini, scricchiolii, cicaleggi, fruscii. Impastato di odori umidi, caldi, viscosi. Un buio interrotto e reso più denso dal fitto svolazzare delle lucciole. Le lucciole… È un tuffo nell’infanzia, quando volavano a centinaia nell’aria fredda dietro casa, in Trentino. Cercavo di acchiapparle per fare le lanterne degli gnomi. Ricordo la delusione di questa magica luce delle fate, che una volta portata alla luce si rivelava un banale coleotterino dal colore insipido. Era difficile capire che le magie non possono essere portate in casa, che devono restare nel loro mondo. Ma erano sempre una magia. Ora non ci sono più, come le magie dell’infanzia, come gli gnomi, come le favole: una cosa del passato. Ma a differenza delle favole, non le ha fatte svanire la scuola, le hanno eliminate in pochi decenni i pesticidi dei nostri campi.
Guardo le piccole luci che oscillano tremolando nell’aria e mi domando decenni ci vorranno per far piazza pulita di questa foresta, di questo buio così intenso e vivo, delle sue luci tremolanti, dei suoi suoni. E un giorno anche questa notte non sarà che la dolce bugia di un racconto fatato.

mercoledì 16 dicembre 2009

In nome della Regina

- Un lussureggiante ciuffo di palme si erge, offuscato appena dall'aria umida. Gocce di condensa si raggrumano sul terriccio. Penso alle piantagioni che in Indonesia divorano la foresta, liberando tonnellate di carbonio in atmosfera man mano che la torba viene drenata e si ossida. Sono lontane quelle piantagioni, ma qui vicino si decide il futuro di quelle foreste. Dietro dietro le palme , il bianco azzurrino di un vetro incrostato di neve: è qui, a Copenaghen, che si riunisce il vertice mondiale del clima.

Il palmizio non è che un'aiola della piscina comunale, temporaneamente adibita a centro rionioni del Clima Forum, il forum della gente e della società civile.

Associazioni ambientaliste, gruppi indigeni, fondazioni e centri culturali si riuniscono per parlare di clima con de cine di dibattiti e workshop in contemporanea. Un modo per coinvolgerli - o meglio per tenerli a distanza dal vertice vero e proprio, che si tiene al Bella Center, a diversi chilometri di distanza, protetto da numerose recinzioni. Un segnale in questo senso viene proprio dal Bella Center: migliaia di rappresentanti di asso citazioni già accreditate non vengono fatti entrare. Lo spazio delle strutture risulta essere inadeguato a un vertice ONU, a cui ormai da anni partecipano numerosi rappresentanti delle associazioni della società civile. Di 30.000 accreditati ne entrano solo 900, e per il giorno successivo si annuncia un numero chiuso di 90. Intanto delegati, parlamentari e perfino ministri gelano facendo la fila per cinque, otto, nove ore. Invano..

Gli esclusi si ritrovano al Clima Forum: "Abbiamo il diritto di entrare" sostengono. E lamentano la mancanza di trasparenza del vertice, dove i delegati fanno la notte a stilare su una bozza, mentre la mattina dopo la Presidenza presenta un documento completamente diverso, buttato giù nel corso di una trattativa privata. È così che si decide la manifestazione del giorno successivo si recherà al Balla Center e tenterà di entrare nel parcheggio, dove organizzerà un incontro con i delegati che vorranno uscire. Ma anche il parcheggio è off-limits, e la polizia ha già mostrato la mano pesante. Pochi giorni prima, la manifestazione è stata caricata per la presenza di un non ben specificato gruppo "sospetto". De cine di pacifici manifestanti sono stati costretti a restare cinque ore sdraiati per terra nel gelo, con le mani legate dietro la schiena. Successivamente la polizia ha assaltato con i lacrimogeni la conferenza tenuta da Naomi Klein al Cristiania. Agenti di polizia si sono fatto irruzione anche nella sauna annessa al centro, esigendo i documenti da anziani signori completamente nudi.
Anche il gruppo di manifestanti in bicicletta ha visto un'irruzione delle forze dell'ordine, che hanno sequestrato pericolosi strumenti dotati di ruote e pedali. La polizia sembra avere liste dettagliate degli organizzatori delle diverse associazioni, che arresta preventivamente, senza che abbiano commesso alcun reato. Il governo ha fatto arrivare delle gabbie modello Guantanamo, per quelli che chiama i "prigionieri del clima".

E il clima sembra davvero prigioniero di un vertice strozzato da interessi e veti incrociati. Intanto il messaggio è chiaro: nessuna voce diversa deve disturbare un manovratore troppo impegnato a distruggersi da solo.

Le palme sono rimaste al Clima Forum. È ancora buio alla stazione metro di Tåmby, il buio pastoso dell'inverno nordico, anche se sono le otto passate. Attorno al cono di luce di un fanale danza un mulinello di fiocchi di neve. Si imbiancano i cappucci, i fazzoletti, i colorati cappelli indigeni, sui volti scuri di gente che non ha mai visto la neve in vita sua, che non sapeva cos'è il freddo.

Frotte di giornalisti e fotografi sciamano attorno ai manifestanti come mosche al miele. chi si sofferma sui dread infiocchettati di un alto scandinavo, chi si butta a pesce su un pagliaccio malandato. Basta una bicicletta dalla forma originale a far guadagnare un minuto di celebrità. Guardo con un certo disgusto a quel carosello di interviste e scatti, ma chi è senza peccato s cagli la prima pietra. E del resto è così che funziona: se il folklore è l'unico mezzo per esistere, ben venga il folklore.

La manifestazione parte ordinatamente e si avvia verso un nulla silenzioso dei fiocchi di neve. Un cordone di manifestanti stringe i lati del corteo per evitare l'entrata o l'uscita dei soliti gruppetti fuori controllo, si tratti di manifestanti o di polizia in borghese. Il sistema funziona: non si vedono i fantomatici black blocker, non vola un sasso, nessun danno, nessuna violenza.
Ma all'arrivo c'è una brutta sorpresa: la strada è interrotta da un nuovo recinto di muro e ferro. Pochi mesi fa tutti i media del mondo commemoravano la caduta del muro di Berlino. Nessuno nota l'erezione di questo nuovo muro, fra tanti altri, che divide tra governanti e governati. E davanti al muro un recinto di giganti in armatura. chissà se li selezionano in base all'altezza come i corazzieri, o se si tratta di un esperimento genetico di razza superiore. Magari hanno solo le scarpe col tacco nascosto, come il premier italiano. Fatto sta che ci guardano dall'alto, somministrando manganellate e spray urticante. La manifestazione era autorizzata fino al Bella Center, ma a quanto pare non potrà arrivare fino all'entrata. I manifestanti sono disorientati. Provano a stringersi contro quella rete di ferro, ma vengono respinti con poca grazia. I fotografi entrano in visibilio. Meno male.

Dal Bella center gruppi di delegati provano a uscire per unirsi alla manifestazione, ma vengono anche loro respinti con violenza. Volano le prime bastonate, poi la polizia scatena i cani, che si avventano sui delegati. Sul corteo si stringe una morsa di blindati e polizia, che avanza progressivamente.
Dall'alto di un blindato un altoparlante recita in inglese: "In nome della Regina, dichiariamo questa manifestazione illegale. Lasciate questo luogo immediatamente e in modo pacifi co o sarete arrestati. In nome della Regina..."
Mi domando se è in nome della Regina che il summit di Copenaghen sta sprofondando nel nulla, se è in nome della Regina che il pianeta si avvierà a friggere come una patatina.


In nome della Regina. I blindati avanzano sui manifestanti come un rullo compressore. Alcuni ragazzi legano una fila di biciclette, sperando di fermarli, almeno simbolicamente. L'ammasso di ferri contorti viene trascinato via.
Mi volto e vedo che un blindato sta avanzando sul lato, tagliando in due i manifestanti. Diamine: stanno circondando migliaia di persone, chiudendo la strada sui due lati. Ma che strategia è questa? Imbottigliare migliaia di persone senza lasciare loro una via di uscita, significa tenerle compatte e spaventate, significa istigare reazioni violente. che senso ha? L'aria sa di spray urticante. In lontananza sento il ringhiare dei cani. Ma chi diavolo è questa perfida Regina?

Il blindato avanza verso l'ultimo punto di strada libera. È una follia, bisogna impedirlo. Vorrei chiamare qualcuno, e provo anche a lanciare qual che grido, ma sono tutti occupati a difendere il camion dei manifestanti, che è stato espugnato dai gendarmi. c'è solo una cosa da fare: allargo le braccia e mi metto davanti al blindato. chissà, forse è proprio quello che lanciava proclami in nome della Regina.

Il blindato spinge, ma mi aggrappo alla grata, e quello si ferma. È stato facile, pure troppo. Penso che se uno o due di questi giganti escono, mi portano via in un secondo e manco se ne accorge nessuno. Per fortuna restano dentro il blindato, forse lo ritengono più sicuro, forse anche loro stanno chiamando i loro colleghi. come io vorrei altri manifestanti venire al mio misero blindato. Ma nessuno di loro sembra notarmi. Provo a chiamare, ma c'e' troppa confusione, nessuno mi sente, nessuno mi vede. Anzi, no, mi vedono i fotografi. In un attimo me ne trovo attorno una decina. La cosa mi imbarazza, vorrei digli di chiamare qualcuno invece che farmi fare la figura dell'esibizionista, ma so che non avrebbe senso. Appena si distraggono un attimo, sguscio via senza dare nell'occhio, magari riesco pure a chiamare un po' di gente. Ma come mi sposto il blindato riprende subito ad avanzare. Guardo il blindato, e penso: torno. Guardo i fotografi, e penso: no, manco morto, ora tocca a qualcun'altro. Però quel blindato avanza e avanza ancora. Ho perso. Rialzo le braccia e mi rimetto là davanti. I fotografi tornano come pesciolini attorno al mangime. Ora sono tutti li, inginocchiati di fronte, mentre me ne sto aggrappato al blindato, crocifisso alla stupidità mediatica. E probabilmente anche alla mia.

Fino a quano da sinistra avanza un'altro blindato. Non ne posso fermarne due allo stesso tempo. Contemporaneamente il muro di biciclette, tutto accartocciato, viene spinto di lato, la folla si sposta e posso andarmene. Abbandono senza rimpianti il mio blindato, e scompaio.

lunedì 14 settembre 2009

E' morto il dio della foresta?


I larici si arrampicano sul ciglio della montagna. I loro aghi soffici sono accesi dal sole al tramonto, e rilucono come ricami luminescanti, lievemente dorati sul verde scuro dell'erica.
Poco più sotto il lago brilla del suo azzurro più intenso. Sulle sue rive dorme Sills Maria, quieto villaggio semiesclusivo per professionisti annoiati.
I pini cembri, che contendono il suolo ai larici, palmo a palmo, profumano l'aria di balsamo. Più che una foresta, è una sottile striscia di bosco, che si snoda tra la valle, già a quota milleottocento, ai prati di apleggio sopra i duemila metri sul livello del mare. Eppure questo sottile e civilizzatissimo bosco, imbrigliato in una fittissime rete di sentieri, si trasformava in immense foreste incontaminate nella fantasia dei turisti ottocenteschi. Foreste impervie e buie, estese per valli e monti, popolate da belve feroci e bizzarri eremiti. Tra questi turisti, Friedrich Nietzsche, che nel suo vagare inquieto tra boschetti rocciosi, sistematizzava il suo Zarathustra.
Passeggiando sul morbido suolo del bosco, Nietzsche immagina di essere Zarathustra che discende dai monti dopo anni di eremitaggio, e si imbatte in un vecchio santo, che vive tra i boschi componendo inni a Dio. L'eremita lo sconsiglia dal lasciare la natura incontaminata e tornare nella città. "Non recarti tra gli uomini! Rimani nella foresta! Va' piuttosto tra gli animali! Perché non vuoi tu essere come me, orso tra gli orsi, uccello tra gli uccelli?" Il Nietzsche-Zarathustra non segue il consiglio del vecchio eremita, per un motivo preciso: "è mai possibile? - si domanda - questo vecchio santo nella sua foresta non sa ancora che Dio è morto."
Il mondo è ora incerto. Dio è morto, e la foresta non è più un rifugio dalla furia degli uomini. Non è più luogo di ritorno alla purezza originaria. La foresta sarà presto sbancata per fare posto a villette in cemento, o per produrre carta su cui stampare pubblicità - Gli uomini e la foresta condividono oramai lo stesso futuro di incertezza. Il destino dell'uomo non origina più dai riti ancestrali della foresta. E' il destino della foresta ad essere appeso al filo della produzione di massa. Nessuno potra più essere orso tra gli orsi, uccello tra gli uccelli.

mercoledì 5 agosto 2009

Rugiada



Una radura nel bosco. Erba verde, ancora giovane e umida di rugiada, nell'aria calda dell'estate. Un'ape ronza a distanza, assieme a qualche mosca. Un lieve stormire di foglie, su tra i faggi, e un silenzio avvolgente, come il sole che brilla sugli steli. Ma qualcos'altro brilla. È un pullulare di lucine. Rosse, gialle, turchesi, rosa. Si accendono e si spengono al minimo movimento, basta spostare la testa di qualche centimetro. Come le luci di una minuscola città di notte. Ma è giorno pieno.
Me ne resto affascinato a guardare questi fuochi artificiali in miniatura, catturato dai colori splendenti e sempre diversi, affascinato come un bambino. Ed è proprio da bambino questo spettacolo. Ha tutto il sapore della meraviglia per quell'evento di sogno che era l'albero di natale. O per la scoperta delle luci, dei disegni e degli strani animali del bosco, fatta quando ancora si dovevano portare i pantaloni corti e le ginocchia erano sempre sbucciate.
Me ne resto lì incantato, a guardare quei puntini che si accendono e spengono.



Non è che acqua. Stupide gocce d'acqua, vapore condensatosi al freddo della notte e poggiatosi sulla prima superficie a disposizione. Eppure quanta magia che c'è in questa cosa stupida. Ci sono i broccati di argentea filigrana intarsiati dalle gocce cristalline sulle tele di ragno. Ci sono le perle di luna, poggiate dalle fate, una a una, sulle foglie di alchemilla, le cui proprietà curative sono famose per i raffreddori. Del resto, cosa aspettarsi dall'erba degli alchimisti?

sabato 23 maggio 2009

Faggeta notturna


Un vento leggero porta profumo di terra. Un cerchio di ombre attorno a un lume. Le loro voci coperte dai rumori del bosco. Sul suolo di foglie secche, un cerchio di sagome mostruosamente distorte, si estendono fino a confondersi con l’oscurità circostante. Come colonne grigiastre, i tronchi dei faggi svettano scomparendo nel nulla opaco del cielo. La foresta non è diversa dal tempio in cui i druidi celti invocavano le divinità silvestri, fino a quando le ordinate legioni romane non hanno fatto piazza pulita dei druidi e dei loro alberi sacri.
La luce si riflette su strati di foglie, che uno sull’altro, ramo su ramo. Cielo su cielo, come un caleidoscopio di universi sovrapposti.
Gli alberi tacciono. Gli alberi non camminano, non pensano, non parlano. Ma la foresta vive di loro: animali camminano, pensano, alcuni parlano, e tutti lavorano per gli alberi. Diffondono semi, spargono pollini, e ricevono in cambio cibo, riparo, acqua, ossigeno. Gli alberi, nel loro silenzio apparentemente ozioso, orchestrano i diversi strati di vita, la rete di nicchie ecologiche che pullula fra le radici e le fronde. Singoli alberi che ospitano centinaia, a volte migliaia di specie animali, un intero zoo in pochi metri, senza gabbie e senza sbarre. È un governo illuminato, forse perché non pensante, ma è sotto le sue leggi che gli umani hanno imparato il pensiero razionale, quello che nel giro di pochi millenni – in attimo – li ha portati rimuovere tutti gli alberi sul cammino della civiltà industriale.

lunedì 16 febbraio 2009

Inverno


La neve scricchiola sotto lo scarpone, un sussurrio sottile che si fonde al frusciare di un ramo, al gocciolare gelato da un sasso. Ogni tanto il tonfo che libera un ramo dall’eccesso di neve, ogni tanto lo schianto di un ramo che non ce l’ha fatta. E il volo silenzioso di due nibbi reali, fotografati immobili nell’aria gelata.
Sapore di neve sul palato, odore di vento e resina gelata- La foresta è un ammasso di acqua cristallizzata e carbonio vivo, che pulsa lentamente sotto la scorza di freddo.
Unica cosa viva, un corvo si alliscia le penne, dall’alto di un albero secco. Ma sotto di lui cento occhi scrutano silenziosi le ombre di luce sotto il manto bianco. L’inverno sarà duro, come ogni inverno che viene, e un intero popolo di zampe, code e piccoli occhi neri si domanda se vedrà un’altra primavera.
L’inverno è un nemico terribile, per chi lo vive, ma è indulgente. L’inverno uccide, ma non stermina. La foresta tornerà a fiorire. L’inverno non è fuoco, non è cemento, non è bulldozer, e nemmeno pioggia acida. L’inverno è vento che scema, neve che si scioglie al sole di marzo. L’inverno è un respiro nella foresta.
La foresta si illumina all’improvviso di un sole sfolgorante. Un abbaglio di tramonto prima che torni il sonno gelato della notte.
Fuori, la morsa di cemento avanza, metro per metro. Senza fermarsi.

lunedì 22 settembre 2008

Bosco sacro

Da Foreste
Notte. La processione avanza nella foresta. I sacerdoti danzando battendo il ritmo. Le donne, ghirlande di fiori nei capelli e fiaccole alla mano invocano alla Dea fertilità e elevano misteriose e terribili preghiere, il cui significato si è perso nel tempo. La dea è presente, ne percepiscono i passi tra le le fronde buie. O forse sono animali notturni, che osservano con attenzione lo strano corteo. Ma non fa differenza, gli animali selvatici sono la dea e la dea sono gli animali. Sanno che oggi, in onore alla dea, non la caccia è bandita, nessuno li importunerà.
La foresta respira, trasuda, vibra. Saranno le presenze appena percepibili nel buio, saranno quelle parole arcaiche pronunciate con voce densa, saranno i desideri, i voti, gli auspici. E' la foresta madre, e al tempo stesso ribelle e misteriosa, come il mito stesso della terra.
Non bisogna attraversare gli oceani per trovare foreste magiche. Siamo a pochi passi da Roma, quasi alla sua periferia, e ancora vive il Bosco sacro di Nemi, disteso attrono al lago sacro alla dea. Il potere di questo luogo era grande. La Via Sacra, l'arteria principale del Foro Romano, quella in cui fluivano processioni d'inizio anno, feste sacre e trionfi, punta dritta al Bosco di Nemi, centro religioso di cui Roma era una semplice periferia.
Il Bosco sacro allora si estendeva su tutti i colli Albani, una selva di querce e di lecci che aveva illago come epicentro, il Sacro Specchio di Diana.
Diana Nemorensis (Diana del bosco) era la dea delle foreste. Era Artemide, il mistero delle selve, l'imprendibile dea della natura selvaggia. E non accettava violazioni. Quando il principe tebano Atteone la spiò farsi il bagno nuda, Artemide non perdonò la profanazione, e lo condannò alla pena del contrapasso del cacciatore: lo trasformò in cervo. Il tronfio principe provò cosa vuol dire essere braccati dai cani, e lo sbranarono quegli stessi cani da lui addestrati ad uccidere.
Artemide, la vendetta delle selvaggine, in questo bosco era onorata come Diana, Lucina ed Ecate (e perfino come Iside)
Protetta da Diana, in questo bosco sacro aveva vissuto la ninfa Egeria. Era onorata, e in tanti si recavano fin qui per ascoltare i suoi vaticini, ma non viveva in palazzi o in templi, perchè la sua casa era la foresta.
Egeria, ispiratrice e sposa del secondo re di Roma, Numa Pompilio. Quando lo sposo morì, Egeria, cui non era dato seguirlo, si sciogliesse in lacrime nel suo bosco, finché Diana, impietosita dal suo dolore, la trasformò in una fonte, una sorgente sgorgava dalle rocce per scendere con cascatelle nel lago.
Oggi Diana Nemorense non regna più su questa regione, e pochi hanno occhi per vedere le lacrime di Egeria confluire nel Sacro Specchio della Dea.
Ma Artemide-Diana è ancora qui, in questo bosco ridotto al cratere, violato dalle ville che hanno strangolato il lago, dalle strade e dai campi recintati.
Artemide tiene ancora qui le sue feste. Non ci sono sacerdoti, né fanciulle coronate di fiori. Ci sono solo loro, gli animali del bosco, i pochi sopravvissuti: ghiri, moscardini, lepri, talpe, arvicole, conigli, donnola, faina, puzzole, volpi ed tassi.
Non è una festa maestosa, come forse l'immaginavano i latini. Da sopra le rupi in tufo arrivano i rumori di una periferia tronfia e sguaiata. Un furgoncino smarmittato, una fresa di ferro, il rantolo di una motosega. Gli antichi canti sono note mute aggrappate alle rocce, le invocazioni misteriose sono dimenticate. Eppure l'antica dea è qui, negli alberi, nelle foglie, nel fremito degli animali. I suoi piedi nudi calpestano sacchetti di plastica e cocci di bottiglia, i resti abbandonati di uno scavo archeologico. Nella sua terra più antica, Artemide si accampa come un'immigrata clandestina. Violata, umiliata, costretta a subire in silenzio ogni profanazione, Artemide non reagisce più con punizioni esemplari. Sa, la dea decaduta, che questi umani sordi al suo potere, si getteranno da soli nella trappola di Atteone. Si faranno sbranare dai loro stessi cani. E allora le selve ricresceranno attorno alla dea. Con la pazienza dei secoli che verranno.

giovedì 22 novembre 2007

Un arcobaleno su Jakarta




Ci sono almeno sei diversi corpi di polizia ad aspettare l'attracco della Rainbow Warrior. Fanno sfoggio di divise, mostrine e ghette di colori e fogge diverse. E osservano.
Ma nesuna nave compare all'orizzonte. Per il semplice fatto che l'orizzonte non esiste. Il cielo sopra Jakarta e' un'unica e compatta massa grigiastra, a volte dalle tonalita' giallognole. E non potrebbe essere diverso, un cielo condannato a sonnecchiare sopra quindici milioni di abitanti, con i loro rifiuti bruciati in mezzo alla strada, con i loro otto milioni di veicoli che ogni giorno sbuffano e tossiscono folate nere.
Cosi', senza orizzonte, la Rainbow Warrior semplicemente emerge dalle foschia umida, si manifesta dal nulla, come un arcobaleno. E come un arcobaleno, e' una promessa. La nave arriva dal porto di Dumai, in Sumatra, dove ha bloccato per giorni un carico di olio di palma destinato all'Europa. Nelle settimane precedenti, a poca distanza, gli attivisti nel Forest Defender Camp, hanno conforntato direttamente l'espansione delle piantagioni di palma da olio, costruendo dighe dove le compagnie distruggono la foresta e drenano il terreno. E ora e' qui, nella capitale, che deve essere chiusa la partita, con una legge che vieti una volta per tutte la distruzione delle foreste umide e delle torbiere. Per proteggere il clima globale dal rilascio di carbonio causato dall'erosione della torba, e per proteggere le foreste dalla completa distruzione.
Come un arcobaleno dopo settimane di tempesta. Era ora.

venerdì 16 novembre 2007

Caccia all'orso



Sembra Emiliano Zapata. Grande e grosso, non parla mai e gli enormi baffi gli conferiscono un'espressione severa. Ma il sorriso e' dolce come quello di una scolaretta. Se ne sta seduto tutto il tempo, a guardare oltre l'orizzonte, il sarong blu notte avvolto attorno ai fianchi come su un antico guerriero giavanese, o drappeggiato sulle spalle con dignita' senatoriale.
Ci ha guardato in silenzio mentre indicavamo stupiti coppie di buceri o aquile di passaggio. Ci ha guardato in silenzio mentre discutevamo la specie di un gruppo di scimmie. Disapprova? Gli e' indifferente? Difficile dedurlo da quel silenzio, da quella nobile immobilita'.
Ma oggi si e' mosso, Emiliano Zapata.. Non si e' solo mosso. Mi ha afferrato per le spalle e trascinato via come un fuscello. Ha perfino parlato, spiegandomi nonsocche' con concitazione. Ma non ha mollato la presa.
E' uno che inspira fiducia, Emiliano Zapata, forse per il suo silenzio ostinato. Lo seguo docile lungo il sentiero, poi attraverso campi recentemente aperti. Un albero ancora brucia dalle radici, aspettando lo schianto che lo butti giu'. E io continuo a seguirlo, inciampando sulle radici, camminando sopra tronchi abbattuti. Lo seguo nella foresta, dove un albero abbattuto giace in un letto di segatura. Lo segui e non capisco dove, non capisco cosa succede. Ogni tanto giro lo sguardo verso il suo corpo massiccio, e lui mi risponde con uno sguardo di conferma e rassicurazione. Non mi resta che seguirlo. E o seguo attraverso gli sterpi le liane sempre piu' fitte, lo seguo mentre la foresta si fa nera come la notte.
Ed e' li, nel nero, che un'ombra nera si muove dondolando. Solo allora capisco cosa sta succedendo. E' un orso, si agita preso in una trappola di cacciatori. Finito per sbaglio nella trappola destinata a qualcun altro. Furioso e spaventato, affonda le zanne nell'albero cui è legata la corda che lo lega. E il tronco e'ora un unico ammasso di trucioli sparsi.



Sotto la gola la falce bianca che rende riconoscibile la sua specie, e' un orso malese, o sun bear. Del resto non c'e' una gran possibilita' di errore: e' l'unico orso che vive in Indonesia. Ma e' rarissimo. L'IUCN l'ha appena inserito nella lista rossa delle specie minacciate, denunciando un declino della popolazione del trenta per cento in trenta anni.
Trenta per cento in trenta anni. Che percentuale rappresenta la massa di pelo nero che si agita di fornte a me? Dal buio delle fronde appare un'altra figura, una specie di fauno, con un trenta per cento di maglietta sulle spalle, e un venti per cento di pantaloni alla cintola. Il resto sono muscoli scuri, tatuaggi e stringhe.
Improvvisamente il gap linguistico diventa un dramma. I due ora si aggirano attorno all'orso con minacciosa cautela. Studiano l'animale a debita distanza, tagliano rami lunghi e drtitti. Vorrei spiegare loro quanto e' raro questo animale, quanto e' prezioso. Cerco di spiegarmi a gesti, ma come spiegare a gesti che una specie animale e' in via di estinzione? E so che per loro e' un animale feroce, un pericolo per le famiglie e i bambini. Immagino le storie raccontate la sera, di fronte al fuoco, di orsi feroci e terribili, delle astuzie per mettersi in salvo dal terribile predatore. Cosi' terribile che e' praticamente vegetariano. Ma come spiegarmi? E' uno scontro antico, ancestrale, tra l'Uomo e la Bestia, fatto di paure reciproche, che non consoce ragioni.
La povera bestia agita le zampe. I lunghi artigli lasciano file di solchi nella corteccia degli alberi circostanti.
Ma io cosa ci faccio qui, tra i cacciatori? Sono la persona sbagliata nel posto sbagliato. E nel momento sbagliato. L'orso latra come un cane al laccio. Attorno a lui e' un campo di battaglia di rami spezzati, fronde affastellate. Le parole vagano senza meta, senza effetto. Sono parole inutili, morte. Il terrore accomuna preda e cacciatori.
E' sera ormai. Altre ombre si sono materializzate tra le fronde sempre piu' scure. E' la gente delle baracche della zona. Sono venuti tutti per la caccia all'orso.
Ormai siamo alla fase finale. Con lunghi bastoni immobilizzano l'animale, con mosse precise, caute, evitando i fendenti artigliati dell'orso. Rapidamente strisce di corteccia catturano le zampe, le immobilizzano, fissandole ai bastoni. Dura un attimo, e l'animale e' legato attorno al bastone. Le parole continuano a uscire mute dalla mia bocca. L'orso continua a latrare disperato.
Finalmente trovo qualcuno in grado di tradurre qualche spezzone di frase. Mi rassicura: nessuno mangia orsi qui, ne' si uccide senza ragione. Ma l'orso minaccia le famiglie, i bambini, e torna sempre nel posto del primo incontro. Quindi lo porteranno lontano, oltre il fiume, dove non sara' piu' una minaccia.
Vorrei sentirmi rassicurato, ma i guaiti dell'animale non me lo consentono. Continuo ad essere nel posto sbagliato. Ma chi di noi e' nel posto giusto? L'orso? I volti spaventati della gente che mi circonda? No, non e' il posto giusto per nessuno, qui.



La zanzariera oscilla lievemente. La pioggia cade ticchetando sul tetto di foglie, come una solerte dattilografa. L'aria è calda e oleosa. Travi e bambù creano un intarsio di poligono a righe orizzontali e verticali, come una intarsio giavanese. Attraverso i veli, fuori dalla finestrella gli alberi come ombre nere oscillano al vento contro un cielo sempre più scuro.
Il mondo sembra muoversi con leggerezza, come navigando sul pelo di onde leggere. O forse e' la febbre che ricordi e delirio in un'unica trama. Poi i brividi lasciano spazio a un sonno pesante e senza colori. Rincantucciato nel fondo del sacco a pelo, ritrovo finalmente il posto giusto.